Bagliori di gioia
E’ una light-art quella di Barbara Maletti, artista esordiente con un ricco background nel caleidoscopio della moda. E’ un’arte dedicata alla luce e alla leggerezza. Riesce a ignorare il pesante veto calato da decenni sulla rappresentazione della bellezza e ai suoi rituali coreografici, a tutte quelle piccolissime cose che non pretendono di essere simboli di verità e sapere saputo, ma, nella loro indispensabilità del necessario superfluo, sanno racchiudere una vita intera.
La leggerezza si rivela qui uno strumento straordinario per farci assaporare i tesori del mondo.
Una Marylin soffice come seta, accoccolata tra talismani di bellezza coniugati al presente: tra le auto, la piccola ludica smart, tra i goielli un orecchino etnico, oppure lo sfavillio festoso del coniglietto di playboy a pois di brillanti. La scenografia di drappi zebrati accende il bianco e nero della foto d’epoca, le rose più vellutate, gonfie di petali avorio la ospitano in un grand pliè da rotocalco. Quella scollatura di ambrosia che coniuga sempre l’erotismo alla grazia, il suo  sorriso perlato che le fa socchiudere gli occhi orlati dal sipario delle ciglia, la fanno scivolare sinuosa nella crepa di una lattina Campbell esattamente della sua taglia. Citazione nella citazione, un omaggio senza esitazioni alla pop art wahroliana che traumatizzò l’austera Europa ancora acciaccata dalla guerra ed ora è ripensata, presa a piccole dosi, a colori esplosivi che per primi nutrono l’artificio voluto dell’arte.
Poi c’è una Rita Hayworth turrita e assertiva, che bacchetta il mondo intero con il bocchino della sigaretta, disciplina la cascata di fuoco dei suoi capelli in voluttuose onde lunghe, la sfida nello sguardo, le gambe snelle e allenate che faticano a star ferme intrappolate in un drappo ceruleo per il tempo dello scatto. Anche Napoleone che galoppa alla conquista dell’impero sul suo destriero bianco le si fa piccolo, accanto.
Un’intramontabile Audrey, icona di stile, di eleganza, una femminilità meno irruente, appena accennata somaticamente, esaltata invece nel portamento, nella compostezza della posa, anche quando, da Tiffany, si concede con garbo all’aristocrazia della seduzione.
La Hepburn è scesa dal piedistallo e dall’empireo dei divi per camminare a fianco delle donne comuni con il lindore dei suoi foulard annodati al mento, per insegnare loro come salire sulla Vespa da amazzone moderna, come spandere effluvi di fascino munite di un sobrio paio di ballerine e di occhiali da sole per una vita en plein air. Nulla di ossigenato, nulla di gonfiato, ma una raffinatezza di dettagli e di modi di occupare un piccolo, indimenticabile spazio nel mondo, che ancora ne fanno un punto di riferimento saldo nella storia del cinema, nella presbiopia mnemonica della moda.
Brillano come torce le pupille di un Einstein che in esse riflette il concetto stesso di energia, lo proietta simmetricamente a due giganti architettonici che “grattano il cielo” di quell’America che gli ha garantito la libertà, la vita, la ricerca e la forza di rivoluzionare la conoscenza del mondo “relativizzandolo”. Tutto è energia intorno a quel volto che certo non conosce la pialla del lifting, ironico e graffiante, che ci piace immaginare mentre risponde, rifiutando le cariche più prestigiose "un’equazione dura in eterno".
Secondo la sua equazione assurta ormai a mito, E=mc2, anche un piccolo quantitativo di massa, equivale a un enorme quantitativo di energia.
Quella del microcosmo pulsante di vita, è la sensazione che si ha stando intorno a Maletti.
Rispecchia appieno la sua forma d’arte, un collage di strappi, di lacerazioni e di inserti individuati con grande gusto, riassemblati in una nuova visione interpretativa e valorizzante. I suoi ricordi, i suoi progetti, le difficoltà e le gratificazioni, sono miscelati con cura, con entusiasmo, con una manualità davvero felice.
Le cornici, che i suoi quadri materici indossano, sono per Barbara Maletti più che una proporzione armonica. Sono il sigillo di una preziosità , di una reliquia laica e storica, emotiva oltre che estetica, cui l’autrice rimane intimamente legata. Il portato simbolico infatti di tutto quanto strappa per una palingenesi dell’arte è così autentico vero, che avere tra le mani una sua opera, è un po’ come stringere le sue.
Pensate oniricamente più che adatte, vanno ben al di là della pur necessaria funzionalità dell’”attaccaglia”, come si dice in gergo tecnico.
Sono ben più di un perimetro contenitivo, come può esserlo una siepe, un cancello, l’infisso di una finestra. Potrebbero anche non delimitare nulla, essere auto-contenenti, autosufficienti nella loro eleganza argentea.
Incastonando le opere, diventano infatti un elemento geometrico autonomo capace di valorizzarle al meglio, coniugandosi con quanto sta dentro e fuori di esse.
Questa in effetti è l’essenza dell’arte della Decorazione, dal latino decet, che significa convenire, addirsi, confarsi. Chi di noi non si chiede di fronte a un muro bianco: che cosa ci starebbe bene?
Per questo è meritevole l’intento estetico di questa artista, di pensare  e realizzare opere che rendono la scelta della bellezza alla portata di un vasto pubblico, raffinato ma non specialistico, facendoci rivivere la casa e i suoi arredi come un punto di arrivo.
Coniugare arte e design significa che l’abitare torna ad essere un gesto intimo oltre che progettuale, accurato e spontaneo oltre che funzionale. Occuparsi di arredo e di ornamento oltre al progetto geometrico della propria casa, ineludibile ma spesso molto freddo e astratto, è un gesto d’affetto liberatorio verso i nostri desideri che soli riescono a fare di un’abitazione un nido.
Quelle macchie di luce che sfavillano nelle icone del desiderio femminile e maschile, sono una contemplazione gioiosa dello sguardo, ed è un piacere cedere alla loro fascinazione soffice e solare, alla tentazione di possederle, di portarsele a casa, guardarsele, metterle in mostra accanto a quella nostra privatissima raccolta di infaticabili collezionisti di oggetti inutili e belli, come tutti gli oggetti d’arte, che ha radici antiche come l’uomo.

Cristina Muccioli
Critico d’arte e curatore

     
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